
Dimenticate i divani dei talk show, le domande pruriginose sulla vita privata e i giornalisti che aspettano il "coming out" ufficiale per metterci un'etichetta sopra. Alessandro (per tutti Mahmood) ha deciso di parlare con il corpo. E ha scelto il posto migliore per farlo: BUTT Magazine. Davanti all’obiettivo di Luke Abby, tra i vapori di una sauna, sudatissimo e con una canna in bocca.
BUTT, nata ad Amsterdam nel 2001 e stampata su quella carta rosa che ricorda la nostra Gazzetta dello Sport, è da vent’anni la bibbia del queer viscerale. Quello che non chiede permesso. Mahmood l’ha scelta per mettersi letteralmente a nudo, "a chiappe all'aria" per le strade, rivendicando uno spazio che il mainstream non sa più dove mettere.
Alessandro non spiega, non cataloga, e soprattutto non dichiara. Ha fatto del "non mi etichetto perché le etichette dividono" il suo mantra preferito, mandando in bestia quella parte di comunità che vede nel suo silenzio una strategia commerciale per non scontentare nessuno. È la classica mossa di chi vuole essere un'icona queer senza però doverne gestire il peso politico.
Alcuni scelgono le parole per esistere. Alessandro continua a preferire i gesti. Gesti che sanno di libertà, ma che per molti restano comunque il modo più elegante per continuare a non dire nulla. Ma finché il risultato è questo, continui pure a non spiegare.











