MUNA: "Wannabeher" è il banger ossessivo che manda in tilt la tua identità

Le MUNA non sbagliano un colpo, ma con “Wannabeher” fanno qualcosa di più: ti prendono quella parte di cervello che finge di essere stabile e la mandano in cortocircuito.

È quel tipo di pezzo che parte come attrazione e finisce in crisi d’identità. Lo ascolti e a un certo punto non capisci più se vuoi scoparti una o diventare lei. Non è una metafora elegante. È proprio quella sensazione lì, sporca, confusa, ingestibile.

Non è solo desiderio. È qualcosa di più storto. Più vischioso. È guardare qualcuno e pensare: voglio il tuo corpo, la tua faccia, il modo in cui occupi lo spazio. Voglio entrare nella tua pelle e vedere cosa succede da dentro. Voglio cancellarmi abbastanza da non dover più scegliere chi sono.

“If I can’t be her then I wanna be with her”. Non è romanticismo, è una resa un po’ disperata. Se non posso essere quella cosa lì, allora me la prendo nel modo più vicino possibile. Ma si sente che è un ripiego. Un piano B con dentro già un po’ di frustrazione.

Il testo è una martellata. Una sfilza di “bitch” che non insultano, ma fissano. Trasformano una persona in un oggetto da studiare, copiare, divorare. E quando arriva “step on my neck”, non è solo kink: è voglia di sparire. Di essere schiacciato abbastanza da diventare qualcos’altro.


Non vuoi scoparla. Vuoi essere lei.

La verità è meno romantica di quanto sembri: a volte l’attrazione è solo invidia con gli ormoni sopra. Non vuoi davvero quella persona. Vuoi quello che rappresenta. Vuoi il suo posto nel mondo, il modo in cui viene guardata, il tipo di desiderio che attira.

E forse è proprio lì che il cervello impazzisce: il desiderio non nasce nonostante questa cosa, ma a causa di questa cosa. Ti eccita proprio perché non sei lei. Ti eccita lo scarto. Ti eccita la distanza.

Quindi inizi a fare quello che facciamo tutti, ma senza dirlo: copi. Assorbi. Rubi pezzi. Non perché sei vuoto, ma perché stai costruendo qualcosa usando il corpo di qualcun altro come riferimento. Solo che mentre lo fai, perdi il confine.

Ed è lì che attrazione e imitazione si fondono. Non sai più se la vuoi o se vuoi essere guardato come viene guardata lei. Non sai più dove finisci tu e dove inizia il personaggio che ti sei appena cucito addosso.

Nel video, Katie Gavin si muove esattamente in quello spazio: vulnerabile, ma con una sicurezza quasi disturbante. Ha quell’energia da notte fonda, quando sei troppo lucido per raccontartela e troppo coinvolto per fermarti.

“Wannabeher” non è una canzone d’amore. Non è nemmeno una canzone sul sesso. È una canzone su cosa succede quando l’identità smette di essere qualcosa di stabile e diventa qualcosa che puoi copiare, desiderare, consumare.

E alla fine smetti anche di fingere che sia attrazione. Dammi la tua faccia.